di: MAURO ORLANDINI - Polisquotidiano
Le numerose lettere contro il costruendo inceneritore di Parma, alcune delle quali davvero incisive - pubblicate da Polis in questa rubrica - mi inducono a fare una riflessione di ordine generale sui motivi che spingono a volte le pubbliche Amministrazioni e i Governi a perseguire le scelte peggiori tra diverse possibili opzioni. Perché, ad esempio, Comune e Provincia si sono gettati a capofitto nella costruzione di un inceneritore, nonostante le serie e motivate preoccupazioni di ordine sanitario e nonostante esistessero diversi possibili scenari di intervento in materia di gestione dei rifiuti?
Perché l'espansione urbanistica della città appare inesorabile nonostante la stasi demografica e nonostante la risorsa suolo agricolo sia tanto preziosa in quanto non rinnovabile?
Perché nella nostra regione (e nella nostra provincia) si continua a includere nei piani di escavazione le zone ofiolitiche nonostante sia accertata, nella maggior parte di esse, la presenza di amianto, creando nuove occasioni di contaminazione ambientale? Perché la Chiesa cattolica, con il sostegno di importanti forze politiche, si oppone strenuamente a misure di controllo demografico, nonostante il pianeta non possa sopportare a lungo la crescita esponenziale della popolazione umana?
Perché gli Stati ricorrono alla guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali, nonostante nessuno dichiari di volere la guerra?
Si potrebbe aggiornare il lungo elenco di questi paradossi proseguendo ad libitum. La risposta più semplicistica, quella che attribuisce a sciatteria o a ignavia politica le scelte spesso discutibili delle pubbliche Amministrazioni e dei Governi sui temi ambientali o sulle grandi strategie economiche e di politica internazionale, regge solo in parte. Difatti, prendendo ad esempio il clamoroso caso della crescita urbana, si può notare come strategie analoghe in materia di politiche edilizie siano state perseguite da compagini politiche di diverso orientamento, senza differenze sostanziali (il caso di Parma, in questo senso, è paradigmatico).
Si può, in generale, evidenziare il fatto che spesso sistemi complessi, dove si intrecciano interessi di tipo diverso, assumono dinamiche proprie, difficilmente controllabili, e danno l'impressione di sfuggire alla possibilità di un controllo razionale. Il meccanismo della creazione della rendita fondiaria, per esempio, tanto noto quanto inesorabile, detta le regole dell'espansione urbana. Qualunque strategia alternativa appare perdente, perché tutti i soggetti coinvolti guadagnano nel breve termine (i proprietari dei fondi agricoli divenuti edificabili, i Comuni che incassano gli oneri di urbanizzazione, e, va da sé, le imprese edilizie) mentre ciò che si perde (l'ambiente, l'estetica del paesaggio, la qualità della vita, la produzione agricola per le future, affamate, generazioni) non hanno potere contrattuale in quanto non monetizzabili, essendo relegati a una dimensione futura, indefinita e lontana, nei territori evanescenti della cultura e della razionalità.
I sofismi e gli inganni retorici che spesso accompagnano le relazioni generali ai piani urbanistici, cercando di conciliare strategie urbanistiche e ambiente, risultano essere, in questo senso, nulla più di patetiche acrobazie linguistiche. In effetti, alcune scelte umane sembrano assomigliare a quelle che in biologia vengono definite come Strategie Evolutivamente Stabili, cioè strategie senza alternative vincenti, indipendentemente dal fatto che a volte conducono diritte a un baratro. Difatti, nei sistemi viventi, la selezione naturale premia vantaggi immediati senza capacità alcuna di prevedere adattamenti per il futuro (anche per questo le specie si estinguono).
In questa chiave si può forse tentare di spiegare le ragioni che portano alla costruzione di inceneritori e di centrali nucleari oggi. È terribilmente frustrante assistere impotenti a questo stato di cose. L'unica possibilità che rimane è di smascherare questi paradossi, di farli uscire dal territorio esclusivo della rifl essione antropologica, e di pubblicizzarli decifrandone le logiche sottostanti. Di mettere in crisi un modo di fare politica succube di meccanismi e di automatismi devastanti, come il primato riconosciuto al mercato e a un'idea acritica di sviluppo. Coi tempi che corrono propongo uno slogan, ottenuto parafrasandone un altro, famoso, pensato per i lucenti e sciagurati anni ottanta: la volontà del pessimismo. Di questi tempi, in cui parlare di crisi espone a patetici rimbrotti governativi, potrebbe forse essere un punto di partenza per una sinistra in crisi di identità.
